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Leggi l'incipit di Lontano dai cipressi

Il romanzo sarà disponibile dal 23 giugno 2026 in libreria e online. Questo estratto è pubblicato per gentile autorizzazione dell'editore Edikit.

Incipit

Capitolo I

Estratto da Lontano dai cipressi, Valerio De Santis, Edikit, 2026. Tutti i diritti riservati. Riproduzione pubblicata su autorizzazione dell'editore.

I.

Arrivando dal paese, la scuola di Eddy la potevi raggiungere solamente grazie al sentiero che attraversava il ruscello del Lupo. Percorrere la strada provinciale era diventato ormai più complicato di una corsa a ostacoli. Fino a qualche anno prima, lì si era combattuto, e i solchi della guerra tracciavano ancora il circondario, tanto che la strada sembrava una groviera martoriata dalle esplosioni. Quelli del posto sapevano che ci sarebbero voluti anni prima di poterne chiudere le ferite. Tuttavia, nessuno se ne rammaricava. Il solo poter testimoniare quelle vicende li rincuorava di tutto il resto.

C’era un sentiero nel bosco, quello sì, dimenticato dalla guerra.

Tirava dritto alternando un leggero saliscendi a piccole piazzole assolate. Probabilmente a proteggerlo dalle bombe erano state le querce che lo delimitavano, stringendolo come in un abbraccio.

La strada era battuta; solamente delle radici e qualche roccia interrompevano la sua regolarità. Quel sentiero dava l’idea di esistere da sempre, già utilizzato dai pastori che avevano popolato la valle nei secoli precedenti. Alla stessa maniera, una lunga serie di percorsi altrettanto antichi si diramava tutto attorno. Nel complesso formavano una fitta rete che attraversava l’intero Abruzzo.

Solo chi era del posto aveva l’ardire di avventurarcisi. Non che fosse affollato di bestie fameliche. Orsi e lupi, tutto sommato, preferivano starsene per i fatti propri, lontani dagli uomini e dal ricordo delle esplosioni della guerra.

Quello che un forestiero assennato avrebbe dovuto temere era il perdere la bussola. Là dentro, ogni quercia era identica alla successiva e ogni roccia uguale a qualunque altra roccia di tutta la montagna. Le notti erano gelide, spesso anche ad agosto. Se pensavi di gettartici dentro all’avventura, potevi solo sperare di uscirne prima del tramonto.

Donna Laura viveva lì da sempre. Quel pomeriggio, guardò il sole sbucare tra i rami prima di affondare nell’oceano verde scuro.

Sprofondando sempre di più, calcolò a mente il tempo che avrebbe impiegato per raggiungere la scuola di Eddy.

Voleva tenersi un margine di sicurezza, considerando i minuti che il colloquio avrebbe richiesto. Si augurò che non dovesse durare troppo. Non le piaceva per niente l’idea di doversi ritrovare al ritorno lì nel mezzo, al crepuscolo e per di più con suo figlio.

Eppure sapeva che Eddy, nel bosco, avrebbe potuto girarci anche a occhi chiusi. Molto meglio di quanto lei sapesse fare.

Quel ragazzino pareva non aver paura di nulla. Bene così.

Eppure, Donna Laura sapeva bene quante insidie si nascondessero dietro a tempi bui come quelli.

Impiegò più di quanto aveva immaginato per raggiungere la riva del ruscello del Lupo, tanto che si voltò più volte col dubbio di aver intrapreso il sentiero sbagliato. Poco importava. Quello era sicuramente il ponte che le avrebbe fatto raggiungere la scuola. Lo varcò stando ben attenta a non avvicinarsi troppo ai bordi. I lunghi corrimano di corda cominciavano a mostrare i segni del tempo, sfilacciandosi in più tratti.

Se il ponte cede, mi dovrò procurare delle bici, pensò.

Ovviamente non aveva idea del come avrebbe potuto fare per trovare i soldi necessari. Una ragione in più che la spinse ad attraversare quel passaggio precario quasi in punta di piedi. Quando raggiunse l’altra sponda, evitò anche di voltarsi. Acuì l’udito, sentendo solo il crepitio dei propri passi contro il terreno ghiacciato. Il tanto temuto tonfo del legno contro le rocce dell’argine non arrivò. Tirò allora un sospiro di sollievo e si accinse a concludere la sua passeggiata pomeridiana.

L’edificio della scuola era alto un paio di piani. Le ultime finestre sul lato sinistro avevano i vetri in frantumi. Anche la facciata da quella parte mostrava delle crepe profonde.

Donna Laura ricordava il giorno in cui la scuola fu centrata da un colpo di mortaio. Per fortuna il fatto avvenne di sera, con le aule ormai già vuote. La restante parte del casermone, invece, pareva godere di buona salute. Anche l’intonaco della facciata non mostrava troppo i segni del tempo e l’ingresso, posizionato proprio sul lato agibile della struttura, sembrava più che sicuro.

«Buonasera, Donna Laura.»

«Buonasera, signora Maria. Come sta?»

«Potrebbe andar peggio.»

«Potrebbe andar peggio» ne convenne.

«Eddy è già a casa?»

«No, oggi è rimasto qui. Starà giocando nel cortile» fece un cenno oltre il lungo corridoio. «Ho appuntamento col signor preside.»

«È stato lui a convocarla?»

«Sì.»

La signora Maria annuì, lasciando trasparire un velo di apprensione.

«Si metta a sedere un attimo. Avrà fatto una bella passeggiata.»

«Sì, attraverso il bosco.»

«Oh, dio abbia pietà. Io non lo attraverso mai. Mi perderei dopo il primo metro.»

«Non lo dica a me. Conosco giusto il sentiero che dal paese arriva qui. Lo faccio per evitare la strada statale, sa com’è...»

«Certo. Certo. Capisco perfettamente. Beh, allora mi sbrigo ad avvertire il preside. Così lei e Eddy potrete incamminarvi prima del tramonto.»

«La ringrazio.»

«Ci metto un attimo.»

La signora Maria impiegò almeno un paio di minuti per percorrere tutto il corridoio. Il ticchettio dei suoi passi si attenuò man mano che anche la sua sagoma andava svanendo nella penombra. Per un attimo rimase solo il silenzio. Poi quel rumore tornò a sentirsi rimbombare tra le pareti spoglie.

«Venga, Donna Laura!» sentì chiamarsi.

Donna Laura si avviò a passo spedito. Soltanto allora iniziò a montarle dentro la preoccupazione per quella convocazione. Eddy era sempre stato un bravo bambino e Donna Laura era gonfia di orgoglio per lui. Eppure qualcosa doveva aver combinato.

La porta dell’ufficio del preside era dietro le spalle della signora Maria.

«Può entrare. Buona fortuna» disse.

Donna Laura le rispose con un sorriso tirato. Bussò rapidamente contro lo stipite, prima di abbassare la maniglia.

L’ufficio era piuttosto elegante, sebbene si sentisse odore di muffa anche lì, come nel resto dell’edificio. Alle pareti trovavano spazio dei voluminosi scaffali su cui avevano alloggio decine di libri ingialliti. I soffitti erano parecchio alti e la grossa vetrata, che riempiva tutta una parete, proiettava a terra una luce fredda. Fuori, le grosse querce del cortile sembravano scheletri ossuti e intirizziti.

«Buonasera, signor preside.»

«Buonasera a lei, Donna Laura. La prego si accomodi.»

L’uomo sulla sessantina che occupava la poltrona dietro l’unica scrivania indicò la sedia posta all’altro lato del tavolo.

Donna Laura non perse tempo e, compitamente, si sedette.

«Il suo Eddy è già a casa?»

«No, signor preside. Oggi, dopo la scuola, è rimasto a giocare nel cortile, qui dietro. Più tardi, torneremo insieme.»

«Oh, bene. Allora vedrò di non rubarle troppo tempo. Con il freddo che sta facendo in questi giorni, sarà bene che non rincasiate troppo tardi.»

Il preside spinse indietro la propria sedia e aprì un cassetto basso, alla sua sinistra. Ne estrasse un contenitore di legno che aprì, per poi raccogliervi un sigaro e il tagliasigari. Usò l’accendino sulla scrivania per accenderne la parte mozzata. Il secco odore del tabacco sostituì quello di eucalipto della scatola.

«Anzitutto, lasci che le dica che sono consapevole degli enormi sforzi di cui si sta facendo carico per consentire a Eddy di frequentare questa scuola...», il preside tornò ad accostarsi al bordo della scrivania, «e per questo ha tutto il mio rispetto.

Eddy, d’altronde, non perde occasione per ripagarla di tutte le sue fatiche. Mi creda, suo figlio è un ragazzo davvero in gamba ed è uno studente modello. Proprio stamattina ho avuto nuovamente modo di confrontarmi col suo maestro» il preside fece un gesto rassicurante con entrambe le braccia.

E allora perché m’hai chiamato?

In Donna Laura crebbe la curiosità mista a spavento.

«Immagino che sia curiosa del perché io l’abbia convocata» l’espressione del preside rimase invariata. Imperscrutabile, a dir poco.

Donna Laura, al contrario, non poté fare a meno di contrarre ancor di più il suo sorriso.

Il preside intervenne di nuovo, togliendola dall’imbarazzo.

«Mi dica, signora. Negli ultimi giorni è successo qualcosa di rilevante tra le vostre mura domestiche?»

«Rilevante...?»

«Sì, non so: un lutto, un guaio particolare, una preoccupazione.»

«No, signor preside. Io e Editto viviamo ormai soli da tempo.

Ultimamente non c’è stata nessuna novità, per fortuna.»

«Già. Editto. Come mai avete scelto un nome così inusuale per vostro figlio, se posso permettermi?»

«L’ha scelto il papà di Eddy, signor preside. Era un amante della musica di Edith Piaf.»

«Edith Piaf! Come no. Conosco bene le canzonette di quella giovane francese e devo riconoscerle del talento. Suo marito doveva adorarla in un modo davvero speciale.»

«Già. L’ascoltava sempre alla radio. Anche Eddy aveva imparato ad apprezzarla.»

«Immagino. Suo marito è morto, vero?»

«Sì, preside.»

«Di recente?»

«Sei anni fa, in battaglia.»

«Beh, allora le strane frasi scritte ieri da suo figlio non possono essere dipese dal trauma per la morte del padre.»

«Quali strane frasi?»

«Quelle che Eddy ha inserito nel compito di italiano. In pratica, signora, suo figlio ha buttato giù un’intera pagina di compito dove ha spiegato come nella vita voglia essere un assassino. E non si è limitato a questo. Eddy ha argomentato questo suo desiderio, dicendo che l’omicidio è l’unica arma a sua disposizione per riportare il mondo in equilibrio. Ha scritto proprio così: equilibrio.

Io l’ho letto quel compito e devo dire che l’ho trovato assolutamente ordinato e ben scritto. I ragionamenti erano concatenati l’uno con l’altro e le conclusioni ottimamente argomentate, da un punto di vista logico. Un compito tecnicamente perfetto, insomma. Proprio come Eddy ci ha da sempre abituati a leggere. Non fosse che, questa volta, suo figlio ha tentato di convincerci della ragionevolezza che c’è dietro al commettere degli omicidi.»

Donna Laura non seppe proferir parola. Il sorriso tirato di un attimo prima venne sostituito da un’espressione di sincero sbigottimento.

«Mi pare di capire che lei si senta ancora più interdetta di noi» per la seconda volta il preside giunse in suo soccorso.

«Eddy è un bambino buono e generoso. N-n-non capisco...» riuscì soltanto a balbettare.

«Immagino. Non si allarmi più del dovuto. Piuttosto cerchi di capire cosa suo figlio abbia voluto intendere. Noi da qui faremo lo stesso.» Poi chiosò: «Il suo bene è ciò che più ci preme. A tal proposito, vada ora. Tra poco sarà buio. Mi faccia sapere se ci dovessero essere delle novità.»

«Grazie, signor preside. Parlerò con Eddy oggi stesso.»

«Ne sono certo. Buon ritorno a casa.»

Donna Laura si congedò con un cenno del capo. In tutta fretta, attraversò di nuovo il lungo corridoio. Le ombre cominciavano già ad allungarsi contro il pavimento. Lei non se ne curò.

«A domani.»

Trasalì al saluto della signora Maria. Alzò la testa e la vide di nuovo seduta al suo posto, proprio di fronte all’ingresso.

«A domani, signora Maria...», non le sfuggì lo sguardo indagatore della donna, «... Vado da Eddy.»

Contrariamente a quanto aveva appena promesso al preside, decise che non avrebbe chiesto nulla a suo figlio. Non per il momento, quantomeno. Voleva prima ragionare bene su come potesse rendere la cosa il meno possibile simile a un interrogatorio.

Se ciò che il preside le aveva riferito era vero - e Donna Laura non aveva motivo di dubitare del contrario - allora Eddy doveva aver visto o vissuto qualcosa che lo aveva scosso. Qualcosa che aveva preferito tenerle nascosto. Affrontarlo a muso duro avrebbe potuto complicare ancora di più la questione. Invece, un approccio graduale sarebbe stato sicuramente più efficace. Pensò a una scusa plausibile per quando le avrebbe chiesto i motivi di quella convocazione. Intanto che ragionava, Donna Laura raggiunse il piazzale sterrato, giusto alle spalle della scuola. Appena Eddy la vide, le corse incontro sorridendo. Le bastò questo per rincuorarla.

Suo figlio era lo stesso bambino che non avrebbe torto un capello a nessuno e che risparmiava cibo per dar da mangiare agli animali del circondario. Lui che di cibo ne disponeva a malapena.

«Mamma!» la strinse alla vita.

«Ciao, Eddy.»

«Com’è andata col preside?»

«Tutto bene. Sei un bravo bambino.» Eddy la osservò, attendendo il resto del discorso. «Ora, però, andiamo che dobbiamo attraversare il bosco e si sta facendo tardi.»

«Va bene», a Donna Laura suo figlio non parve del tutto rassicurato. Rinunciò ad approfondire la cosa quando lo vide tornare a saltellarle attorno.

«Qualche novità a scuola?»

«Sì, ho preso otto a geografia.»

«E il compito d’italiano?»

«Sette. Però, secondo me, meritava molto di più.»

«Matematica?»

«Ancora non ce lo riporta.»

In ognuno dei saltelli che caratterizzavano il solito trotterellare di Eddy, Donna Laura rischiava di essere urtata e di finirsene a terra.

Il ragazzo aveva solo dodici anni ma aveva già una statura quasi pari alla sua. Se la forza e la fisicità erano forse l’unica eredità lasciatagli da suo padre, di certo Eddy aveva rubato la tenacia e la passione a sua madre.

«Cosa ti ha detto il preside, mamma?»

«Quante volte ti ho detto di non impicciarti delle cose dei grandi?

Piuttosto, pensa a studiare», Donna Laura dava per scontato che Eddy, presto o tardi, sarebbe tornato all’attacco, «E dammi una mano che ci rimarrà, sì e no, una mezz’ora di luce.»

Il limitare del bosco era un passo dinanzi a loro. Vista da lì, la vegetazione sembrava un intrico troppo fitto per poter essere attraversato a piedi, nonostante l’inverno gelido avesse già spogliato gli arbusti delle loro foglie, alti o bassi che fossero.

«Segui me» Eddy prese a saltellare di roccia in roccia. Dava l’impressione di trovarsi nell’orto di casa sua.

«Non correre così e vedi di non lasciarmi indietro.»

Il ragazzo faceva la spola, allontanandosi per poi riavvicinarsi a sua madre. A ogni bivio, decideva la direzione da prendere senza mostrare la minima esitazione. Donna Laura, in un paio di occasioni, lo vide optare per l’una o per l’altra via senza neppure alzare lo sguardo. Pensò che quel ragazzino dovesse avere un senso dell’orientamento innato. In quel momento, uno strano affanno le accelerò il respiro. Si toccò la gola, pensando che la pesante giacca invernale, dal tessuto liso, la stesse stringendo al collo. Ne allentò l’ultimo bottone ma la sensazione d’oppressione rimase. Anzi, andò ad aumentare. Ogni respiro di più.

«Che succede, mamma?» la voce di Eddy le rimbombò nelle orecchie.

Donna Laura, per alcuni lunghi istanti, si sentì improvvisamente frastornata. Portò le mani al volto e si stropicciò gli occhi chiusi. Una morsa iniziò a stringerle le meningi. Quella sensazione di affanno presto si trasformò in un vero e proprio dolore. All’inizio appena accennato, poi acuto e stordente. Provò a sollevare lo sguardo. Vide il bosco iniziare a vorticarle attorno. In un attimo tutta la realtà si trasformò in striature bianche e verdi che si allungarono dinanzi al suo sguardo terrorizzato. Chiuse nuovamente gli occhi ed ebbe la sensazione di precipitare.

«Eddy...» provò a sussurrare.

Quando poté tornare a spalancare le palpebre, si ritrovò allungata.

Le fronde spoglie delle querce si intrecciavano tra di loro, scontrandosi spinte dal vento.

C’era la luna a farsi spazio nel mezzo dei rami.

«Eddy!» stavolta riuscì a urlare, sollevandosi sulle braccia. Il buio le impedì di vedere alcunché. Non le parve di riuscire a sentire il gorgoglio del ruscello che avrebbe dovuto trovarsi lì a pochi passi.

«Eddy!» urlò nuovamente. Come poco prima, non ottenne risposta. Guardò in basso e trovò il proprio corpo intatto. Passò le mani sul volto e poi si guardò le dita. Non vide macchie di sangue.

Era caduta eppure non provava alcun dolore. Eddy, forse, era andato a cercare qualcuno. Suo figlio sapeva bene come muoversi, a breve sarebbe sicuramente tornato.

Lei, al contrario, non aveva idea di dove si trovasse. Pensò di essere ancora stordita per la caduta. Temette di congelare, la giacca che indossava non le sarebbe bastata per una notte al gelo. Poi, però, si rese conto di non sentire freddo. Anzi, percepiva addosso una sensazione di benessere. Era calma e riposata.

Sforzò la vista, sperando di riconoscere un dettaglio qualunque attorno a lei che le suggerisse la strada per tornarsene a casa.

La vegetazione, però, era fitta al punto da rappresentare una barriera ostica anche per il chiarore della luna. Avanzò a tentoni fino a scontrarsi contro un tronco. I suoi scarponi affondarono in qualcosa che doveva essere melma. Vista da lì sembrava più una densa poltiglia nera.

«Mamma», sentì chiamarsi da dietro. Donna Laura si voltò ma non trovò nulla. Solamente un muro fatto di oscurità.

«Eddy?»

«Sono qui, mamma» la voce di suo figlio le sembrò rilassata.

«Dove?» chiese cercando di capire da dove provenisse quella specie di nenia.

«Qui dietro.»

Ora, in effetti, il suono era arrivato proprio dalle sue spalle.

Eppure, poco prima, avrebbe giurato di averlo sentito parlare dalla parte opposta della piccola radura. Donna Laura si voltò di scatto.

Eddy era in piedi, a pochi metri di distanza da lei. Aveva le braccia posate lungo i fianchi e le gambe ben piantate tra le rocce al suolo.

Le uniche parti scoperte del suo corpo, ossia il viso e le mani, erano baciate da un tenue chiarore. Guardò in alto ma della luna non c’era più traccia. Era come se suo figlio stesse splendendo di luce propria. Una luce blu notte, quasi viola.

«Cos’è successo, Eddy?»

Il ragazzo, però, non rispose. Con passo lento, cominciò ad avanzare verso di lei. La stava fissando. Nonostante il terreno fosse scosceso, Eddy sapeva mantenersi in equilibrio senza alcuna difficoltà. La linea disegnata dalle sue spalle rimase perfettamente parallela al suolo.

«Eddy?» chiese di nuovo la donna, stavolta con voce tremante.

Il figlio, raggiunta la madre, si fermò continuando a osservarla.

«Ho trovato il modo, mamma. Ci sono riuscito.»

«Bravo, Eddy» la donna preferì complimentarsi con lui, pur non avendo la minima idea di cosa volesse intendere. Riconobbe una sorta di euforia nelle sue parole che non volle deludere.

«Ora puoi svegliarti.»

«Svegliarmi?»

«Sì, mamma. È ora. Svegliati.»

La donna sbatté le palpebre e, quando le riaprì, tornò a vedere i rami intrecciati cercare di farsi spazio sopra di lei. Era di nuovo stesa a terra. Ora però c’era il sole a scaldarli. La luce le parve particolarmente accesa. Non era di certo quella tipica di un tramonto invernale. Il freddo aveva ripreso a pungere, tanto che Donna Laura si accorse di avere le braccia tutte intirizzite. Girò la nuca da un lato e vide Eddy al suo fianco. Le stava sorridendo, mentre pareva avere gli occhi lucidi.

«Eddy, amore. Cos’è successo?»

«Hai dormito, mamma. Ti ho protetta.»

«Ho dormito nel bosco?»

«Sì.»

«Tutta la notte, qui? Non è possibile...»

«Perché?»

«Sarei dovuta morire per il freddo.»

«Te l’ho detto. Ti ho protetta io. Ora, però, andiamo a casa.»

Lungo il viaggio di ritorno, Donna Laura non riuscì a pensare ad alcuna domanda che avesse un minimo di senso logico. Così, preferì starsene in silenzio. Si limitò a seguire i passi di Eddy che si districavano nella radura con la solita disinvoltura «Posso rimanere a casa, oggi?» le chiese.

«Sì, Eddy. Non ti senti bene?»

«Voglio dormire.»

Donna Laura non trovò il coraggio di chiedergli come avesse trascorso le ultime ore. Si sentì rapita dal panico. Quella notte, lei e suo figlio avevano rischiato grosso. La loro sopravvivenza era stata messa a repentaglio da chissà cosa. Quella era l’unica cosa certa.

«Va bene. Stamattina dormiamo. Oggi pomeriggio andremo dal medico a raccontargli...»

«Non serve», Eddy la interruppe, «va tutto bene. Te l’ho detto. Ho trovato il modo.»

Continua in libreria e online dal 23 giugno 2026.